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Davico Bonino parla del grande Tullio Pinelli PDF Stampa E-mail

Guido Davico Bonino
Dal Mattino del 23/06/2008

Nell’insuperabile (e ponderoso, 550 pagine all’incirca) ritratto critico di Fellini, che Tullio Kezich gli ha dedicato più di vent’anni fa (1987) e che un amico scomparso, Raffaele Crovi, pubblicò nelle coraggiose edizioni di Camunia, Tullio Pinelli vanta – nell’accurato indice dei nomi – una quarantina di rinvii: ma un intero capitolo, Fellini & Pinelli, è riservato ai due. Kezich, oltre a evocare gli ascendenti del secondo (il generale di fanteria Ferdinando Pinelli, impersonato da Nazzari in Il brigante di Tacca di Lupo) e i suoi giovanili trascorsi di avvocato civilista (nello studio torinese di Manlio Brosio, poi ambasciatore, e fratello dell’organizzatore cinematografico Valentino), ne celebra, e meritatamente, i fasti di giovane e promettente drammaturgo (I padri etruschi, per citare solo un titolo, va in scena nel settembre ’41 al teatro Quirino di Roma) e quelli, di poco successivi, di sceneggiatore cinematografico, su invito dell’ingegnere-musicologo Guido M. (Maggiorino) Gatti, consigliere delegato della Lux Film, di proprietà di un illuminato (e antifascista) capitano d’industria, Riccardo Gualino. Fellini e Pinelli (“un signore smilzo dal profilo aguzzo, compassato, gentilissimo”, così Kezich) si sono conosciuti verso la fine del ’46: “Si sorprendono a leggere lo stesso giornale appeso a un’edicola” (precisa il nostro puntiglioso saggista). Ma l’importante è che da quel buffo incontro nasca “un’amicizia, che diventa subito un’associazione artistica”. La “ditta a quattro mani” sfornerà copioni per registi di media statura, ma anche per realizzatori di talento: Rossellini, Lattuada, Germi. E poi, a partire dall’esordio di Fellini dietro la macchina da presa, “Pinelli lavora a tutti i copioni di Fellini, nessuno escluso, fino a Giulietta degli spiriti”. Dopo vent’anni di separazione, la firma di Pinelli ricomparirà in Ginger e Fred: non a caso un film di nuovo con la Masina, di cui Pinelli è stato nel frattempo “lo sceneggiatore di fiducia”.

Non è questa la sede per diffondersi sul Pinelli sceneggiatore né sul drammaturgo (un ricordo personale mi sia consentito: la riproposta, in una bellissima sala dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, nel dicembre ’95, dello Stilita, un capolavoro di atto unico pinelliano, scritto nel lontano 1937: chi scrive era allora alla guida del Teatro Stabile di Torino, l’ente produttore). Qui s’ha da parlare della sua recente silloge di racconti, proposti da un altro coraggioso editore. Il primo dei tre, La foresta, nelle sue trenta fitte pagine, scandite da un periodare disteso e limpido (Pinelli vi si rivela un fine quanto pacato stilista, in tempi in cui gli scrittori esordienti, o giovani in genere, sembrano non nutrire alcuna preoccupazione di stile), è un racconto lungo (o romanzo breve) “di formazione”: la bildung in questione è quella di un giovane rampollo d’antica prosapia (i Pinelli erano nobili d’Alpignano, nel torinese), che s’avvia oltre i confini del maniero avito per scoprire e impossessarsi della Verità, del Perché. C’è nella quête, nella ricerca di Giannetto, che tutt’altro che a caso “transita” attraverso esperienze mistico-armoniche di tipo orientaleggiante, un afflato che non è eccessivo definire religioso (Tullio e suo fratello Carlo, musicologo e finissimo traduttore di tutta l’opera narrativa del preromantico tedesco Hoffmann, tentarono da giovani di persuadere l’amico e coetaneo Cesare Pavese a volgersi alla fede, come testimoniano alcune lettere-trattato del pavesiano epistolario). Ma l’esito dell’umana avventura del giovinetto (viene istintivamente da pensare al Nievo, allo Stevenson, al James, allo stesso Calvino “rampante”) è delusivo: ha lasciato tutto, compreso l’amore, sorgivo e inconfessato, per la sua Atonia (tenera e seducente invenzione muliebre dell’autore) per scoprire amaramente la “labilità di ogni cosa umana”: giacché, come i Greci, nostri maestri in tutto, ci hanno insegnato, le generazioni si susseguono con sempre eguale destino, “creste bianche di onde che una dopo l’altra, una dopo l’altra si incalzano e si spingono sulla sponda…”
Se abbiamo, sia pure per inciso, richiamato la religiosità di fondo dei fratelli Pinelli, non lo abbiamo fatto senza motivo: il secondo, breve racconto, infatti, intitolato Chi sei?, è riservato allo “scandaloso” istante in cui il Cristo rivela agli attoniti e atterriti apostoli e discepoli d’essere non solo il loro Maestro, non solo un altro grande Profeta, un nuovo Elia, ma Dio stesso, nella persona del suo Figlio Unigenito: “Filippo, non hai capito? Chi vede me, vede Dio e guai a chi si scandalizza delle mie parole!” Questa variazione sull’immenso materiale narrativo contenuto nel Nuovo Testamento è suggestivo perché quello che oggi si usa definire il “punto di vista narrativo” è quello – per così dire – dei subalterni al Cristo stesso, a quanti – per la loro fervida adesione al suo insegnamento – rischiano, come Egli stesso non esita a prevedere, d’essere perseguitati e uccisi.
Dalla pura immaginazione del primo racconto alla rivisitazione storica del secondo si trascorre, col terzo ed eponimo, alla contemporaneità di una bruciante e sconvolgente esperienza amorosa. In Innamorarsi, pur nell’eccezionalità del vissuto (un innamoramento a prima vista e da vicino – proprio l’opposto dell’amor de Ionh delle nostre origini romanze, quello di un Jaufré Rudel per la tripolina Melisenda), tutto è credibile nella singolare esperienza del romano Guido e della calabra Irene, la “sconosciuta dagli occhi verdi”, colta dall’infallibile radar di lui sul sagrato di una chiesa di periferia un sabato pomeriggio. Il “colpo di scena” (stiamo scrivendo di un narratore-drammaturgo) del viaggio in treno in comune da Roma allo Stivale d’Italia, la successiva prima notte d’amore, la prima vacanza da amanti in un’isola mediterranea (in cui ci sembra di intravedere Ischia, ma è particolare irrilevante), tutto è tradotto in una temperie stilistica di fervida tensione: pur in terza persona, il resoconto del narratore è quello dell’avvinto e profondamente turbato protagonista, che riesce a coinvolgere anche noi lettori (che non siamo mai saliti sul treno “giusto” né abbiamo mai ricevuto tanto seducenti inviti in così maliosi paesaggi), intenzionati a sapere a ogni costo come andrà a finire. Ma è proprio nell’epilogo che la consumata perizia di Pinelli gioca la sua carta decisiva e migliore: sfoderando in un periodo conclusivo (se volete andare a fare le vostre indispettite verifiche, vi segnaliamo che comincia: “Gli occhi verde oro di Irene…”) quella che noi professori, e – ahimè – “non-scrittori”, chiamiamo a lezione la “sospensione dell’attesa”…

 

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