| Davico Bonino parla del grande Tullio Pinelli |
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Guido Davico Bonino Nell’insuperabile (e ponderoso, 550 pagine all’incirca) ritratto critico di Fellini, che Tullio Kezich gli ha dedicato più di vent’anni fa (1987) e che un amico scomparso, Raffaele Crovi, pubblicò nelle coraggiose edizioni di Camunia, Tullio Pinelli vanta – nell’accurato indice dei nomi – una quarantina di rinvii: ma un intero capitolo, Fellini & Pinelli, è riservato ai due. Kezich, oltre a evocare gli ascendenti del secondo (il generale di fanteria Ferdinando Pinelli, impersonato da Nazzari in Il brigante di Tacca di Lupo) e i suoi giovanili trascorsi di avvocato civilista (nello studio torinese di Manlio Brosio, poi ambasciatore, e fratello dell’organizzatore cinematografico Valentino), ne celebra, e meritatamente, i fasti di giovane e promettente drammaturgo (I padri etruschi, per citare solo un titolo, va in scena nel settembre ’41 al teatro Quirino di Roma) e quelli, di poco successivi, di sceneggiatore cinematografico, su invito dell’ingegnere-musicologo Guido M. (Maggiorino) Gatti, consigliere delegato della Lux Film, di proprietà di un illuminato (e antifascista) capitano d’industria, Riccardo Gualino. Fellini e Pinelli (“un signore smilzo dal profilo aguzzo, compassato, gentilissimo”, così Kezich) si sono conosciuti verso la fine del ’46: “Si sorprendono a leggere lo stesso giornale appeso a un’edicola” (precisa il nostro puntiglioso saggista). Ma l’importante è che da quel buffo incontro nasca “un’amicizia, che diventa subito un’associazione artistica”. La “ditta a quattro mani” sfornerà copioni per registi di media statura, ma anche per realizzatori di talento: Rossellini, Lattuada, Germi. E poi, a partire dall’esordio di Fellini dietro la macchina da presa, “Pinelli lavora a tutti i copioni di Fellini, nessuno escluso, fino a Giulietta degli spiriti”. Dopo vent’anni di separazione, la firma di Pinelli ricomparirà in Ginger e Fred: non a caso un film di nuovo con la Masina, di cui Pinelli è stato nel frattempo “lo sceneggiatore di fiducia”. Non è questa la sede per diffondersi sul Pinelli sceneggiatore né sul drammaturgo (un ricordo personale mi sia consentito: la riproposta, in una bellissima sala dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, nel dicembre ’95, dello Stilita, un capolavoro di atto unico pinelliano, scritto nel lontano 1937: chi scrive era allora alla guida del Teatro Stabile di Torino, l’ente produttore). Qui s’ha da parlare della sua recente silloge di racconti, proposti da un altro coraggioso editore. Il primo dei tre, La foresta, nelle sue trenta fitte pagine, scandite da un periodare disteso e limpido (Pinelli vi si rivela un fine quanto pacato stilista, in tempi in cui gli scrittori esordienti, o giovani in genere, sembrano non nutrire alcuna preoccupazione di stile), è un racconto lungo (o romanzo breve) “di formazione”: la bildung in questione è quella di un giovane rampollo d’antica prosapia (i Pinelli erano nobili d’Alpignano, nel torinese), che s’avvia oltre i confini del maniero avito per scoprire e impossessarsi della Verità, del Perché. C’è nella quête, nella ricerca di Giannetto, che tutt’altro che a caso “transita” attraverso esperienze mistico-armoniche di tipo orientaleggiante, un afflato che non è eccessivo definire religioso (Tullio e suo fratello Carlo, musicologo e finissimo traduttore di tutta l’opera narrativa del preromantico tedesco Hoffmann, tentarono da giovani di persuadere l’amico e coetaneo Cesare Pavese a volgersi alla fede, come testimoniano alcune lettere-trattato del pavesiano epistolario). Ma l’esito dell’umana avventura del giovinetto (viene istintivamente da pensare al Nievo, allo Stevenson, al James, allo stesso Calvino “rampante”) è delusivo: ha lasciato tutto, compreso l’amore, sorgivo e inconfessato, per la sua Atonia (tenera e seducente invenzione muliebre dell’autore) per scoprire amaramente la “labilità di ogni cosa umana”: giacché, come i Greci, nostri maestri in tutto, ci hanno insegnato, le generazioni si susseguono con sempre eguale destino, “creste bianche di onde che una dopo l’altra, una dopo l’altra si incalzano e si spingono sulla sponda…” |




