Iscriviti alla newsletter



Ricevi HTML?

Eschilo il gran perdente. Di Raffaele De Giorgi PDF Stampa E-mail
C’è grande passione, ma anche profondo turbamento nelle pagine che Kadarè dedica al suo Eschilo. Ma c’è anche l’amarezza, l’angoscia, il cupo senso di una notte di secoli bui che copre e oscura la vista. E poi l’orgoglio, la superbia di una rude semplicità arcaica. Ma ci sono pagine nelle quali una grandiosa coralità anonima contrasta titaniche solitudini. C’è il terrore, l’orrore, ma anche la raffinata delicatezza di una poesia del sentire, del sognare, del soffrire. Dappertutto una nebbiosa memoria di un antico presente, di un arcaico futuro, di un destino che è la maschera che dà volto alla storia. Ma ci sono anche pagine di divertito giornalismo, di cronaca, nelle quali Eschilo si aggira nella quotidiana rumorosità del suo ambiente e nella inquieta solitudine del suo lavoro.

L’Eschilo di Kadarè si lascia leggere con lo stupore di un racconto, con la piacevole curiosità di un intreccio drammatico, con la rapidità di una biografia, di un saggio che scorre fluido perché non ha la monotonia dell’erudizione. Si legge come un romanzo del destino. Ma si legge anche come una storia, come la storia di una terra senza destino, di coralità senza destino, tanto è forte in ogni movimento, in ogni gesto, in ogni parola l’immanenza del destino. Ma si legge anche come drammaturgia di quella storia. Vediamo. Il lettore troverà prima di tutto un saggio su Eschilo. Pagine che ricostruiscono il suo lavoro, la sua quotidianità, la sua differenza, il suo isolamento. E già qui si vede un grande artefice, un grande costruttore, che percepisce i suoi contemporanei come ombre, ombre di un presente al quale egli riaccende la memoria. Di questo presente Eschilo scrive la tragica costituzione: le sue maschere sono il dolore dei vinti, la loro caduta, il potere, il dispotismo, la democrazia, il diritto di asilo, le trasformazioni del diritto, il sapere, il vivere sociale, il fare. Nella costruzione di Eschilo il presente diventa ombra della sua memoria, un’ombra che trova la sua vita nei movimenti tragici del mito. E qui il senso del presente, quel senso che il presente produce e occulta, acquista il volto della colpa, del destino, della giustizia, dell’impenetrabile, dell’essere, del sangue, dell’indicibile; il volto dell’umanità e del mondo. Il presente trova nel mito la sua costituzione tragica. La tragedia, così, non è più solo un genere letterario, ma, come avrebbe detto Hegel, è la rappresentazione della tragedia nell’eticità che il presente eternamente occulta e che Eschilo porta sulla scena del teatro. E fin qui l’Eschilo di Kadarè è un saggio su Eschilo. Che si trasforma però subito in una drammaturgia del diritto. Nella rappresentazione del conflitto tragico tra thémis e dike, tra le potenze dell’ordine della equivalenza e della reciprocità e le deboli forze del riconoscimento dell’altro; tra la brutale immanenza dell’essere e la consapevole apertura del decidere. Un conflitto tragico nel quale si rappresenta la violenza di ogni giustizia, la violenza che genera diritto. La costituzione tragica si manifesta nel fatto che solo su ciò che è indecidibile si può decidere, come diceva un grande fisico (Heinz von Foerster). L’indecidibile conferisce tragicità ai movimenti del decidere. Per questo le maschere sono eroi tragici, la giustificazione del loro agire è priva di giustificazione, il loro agire costruisce il mondo: un mondo che è giusto e ingiusto allo stesso tempo.
L’Eschilo di Kadarè racconta questa drammaturgia: il diritto riattiva continuamente la sua costituzione tragica: nel racconto di Kadarè si esplora l’archeologia di questa costituzione e la si vede impressa nel Kanun, nel codice consuetudinario delle montagne albanesi, un condensato di norme tramandate oralmente per secoli e per secoli applicate come unico diritto. Il Kanun dà forma alla decisione sull’indecidibile. In questo senso elabora la materia tragica che esso stesso raccoglie in sé. Ma è proprio questa elaborazione che continua la tragedia e la rende eterna, la riaccende per generazioni e generazioni in quanto di volta in volta trasforma il colpevole in vittima. E riattiva così la circolarità di colpa e destino. Ma il Kanun contiene in sé anche la regolazione di quegli eventi che costituiscono il presupposto della drammaturgia del diritto, il requisito della sua rappresentazione, un requisito che diventa anche il luogo di quella rappresentazione: si tratta delle nozze e della morte, del rito nuziale e del rito funebre. La normatività del Kanun, la indicibilità della sua forza normativa, quel potere di decidere su ciò che non può essere deciso, tutto questo scaturisce dal fatto che nel Kanun si occulta l’unità della differenza della vita e della morte, l’unità della differenza del rito nuziale e del rito funebre. Kadarè descrive con chiarezza davvero stupenda il modo in cui nei Balcani si sono costituite le forme che avrebbero dato vita, che avrebbero fornito i contenuti di senso a quella drammaturgia,che le avrebbero reso accessibile il materiale necessario alla sua rappresentazione. In altri termini Kadarè lascia finalmente intendere dove siano conficcate le radici della tragedia greca, in quale terreno abbiano trovato alimento, di quale fertilità abbiano assorbito la linfa, quale memoria portino impressa. E così, però, l’Eschilo di Kadarè diventa un saggio sulla perdita. Un grandioso racconto del perdersi e del perdere. Si perdono le tragedie di Eschilo tranne sette. Ma si perde anche la memoria delle radici della tragedia, la memoria delle coralità che avevano alimentato quelle radici, la memoria balcanica che la tragedia portava impressa. Si perdono le tracce di territori, di popoli, di genti. La tragedia si fa universale tragedia della perdita. Ma si perde anche la libertà. Cala il buio, sulla Grecia e sui Balcani si addensa una lunga notte, l’oscura notte ottomana. Anche Eschilo perde. Anche Eschilo si perde. Ma, mentre i greci avevano avuto il loro Eschilo, mentre loro avevano potuto dare forma, maschera, espressione alla costituzione tragica dell’umanità, cioè avevano potuto rappresentare, raccontare, raffigurare l’inesprimibilità di quella costituzione, i Balcani potevano solo registrare la perdita, lo smarrimento, il vuoto e l’oscurità. Restavano le fredde montagne, restava la tortuosità del territorio, restava la protezione di naturali barriere entro le quali i vecchi albanesi si sarebbero sentiti protetti dalla rigida, brutale, pietrificata ripetizione del senso tragico che era condensato nel Kanun. La perdita, l’isolamento, l’esclusione, l’essere dimenticati, la chiusura: il rito, come la rete che tiene fermo il passato, lo fissa, lo riattiva come destino senza futuro. Qui, insieme ad Eschilo, il gran perdente è un popolo, tanti popoli. Genti senza Prometeo, memoria sconvolta, coralità travolta, la cieca speranza che Prometeo aveva dato ai mortali sotterrata. Un panorama, una terra, una oscurità che sono lo sfondo più adatto per il busto di Eschilo. Collocato lì, all’orizzonte acuminato delle Alpi Albanesi, quel busto riascolta l’eco del pianto balcanico e sente che in quell’eco si agita un universo che racchiude in sé una parte del dolore di tutta l’umanità. Sono parole di Kadarè, oserei dire di Kadarè-Eschilo, perché nella prospettiva di questa dimensione tragica, l’Eschilo di Kadarè diventa un racconto travolgente della storia di un’altra perdita, di un altro perdere, di un altro perdersi nelle rovine tragiche di sé stessi: la storia dell’Albania, l’Albania degli albanesi, quella dei balcanici, quella dei greci: il “paese delle aquile” che nella lunga notte in cui fa esperienza della sua separazione si riconosce come il “paese degli Oresti”. La terra nella quale è conficcato l’inizio senza inizio della tragedia: prima nell’anonimato del rito, nei canti, nelle ballate, in quelle trame di senso che dicono l’unità della differenza della vita e della morte; poi nel tempo senza tempo del Kanun, che è il tempo di un altro anonimato, di volti sfigurati dal sangue che non si dimentica, di maschere consumate dal tempo che resta.
Su questa dimensione l’Eschilo di Kadarè rompe il silenzio, squarcia il cielo tetro delle montagne albanesi che gli fanno da sfondo e acquista la voce di tutti i popoli che lottano per spezzare le catene della schiavitù delle loro tragedie, dei popoli che lottano contro la violenza, contro la sopraffazione, contro l’esclusione. Su quel silenzio si staglia l’umanità che riscrive il suo Prometeo.
Leggere e poi rileggere questo Eschilo di Kadarè può essere un “atto di predilezione” – una espressione che Kadarè ha usato in relazione alla lettura di Eschilo. È possibile che questo libro ci capiti per caso tra le mani, per una curiosità legata all’opera di Kadarè oppure per una qualche nostalgia di vecchie giovanili letture delle tragedie di Eschilo, oppure ancora per un qualche motivo al quale più che altri può essere sensibile un giovane. Non importa. Aprire questo libro sarà pur sempre un atto di predilezione. Al lettore che sia disposto a cedere ad una cosiffatta suggestione vorremmo dire che, avendo questo libro tra le mani abbiamo provato quello che secondo Kadarè si prova tenendo tra le mani Eschilo: leggere o rileggere sembra inesatto. Sfogliare questo libro è qualcosa che assomiglia più a una meditazione che a una lettura: anzi, mentre si legge sarebbe naturale che il libro più che aperto rimanesse chiuso.
La traduzione dell'opera di Kadarè è stata curata da Ada Prizreni.
 

Il tuo carrello

VirtueMart
Il carrello è vuoto.

Articoli correlati

Chi è online?

 4 visitatori online
home search